![]() |
![]() |
Nella
storia
dell’arte, la produzione pittorica a carattere sacro
è
immensa. Ogni epoca segue certe convenzioni nella raffigurazione dei
testi biblici, come per esempio nel primo Rinascimento il trattamento
dello spazio, la calda luminosità del dipinto e la
serenità delle figure. La lezione di Masaccio riguardo al
ruolo
preponderante della luce e dello spazio e quella di Michelangelo, per
la terribilità delle sue figure e la drammaticità
della
messa in scena, preannunciano ed ispirano la ricerca pittorica
novatrice di Caravaggio. All’inizio, Caravaggio prese spunto per i soggetti sacri dei suoi dipinti dalle opere dei suoi predecessori e anche dal testo biblico stesso. La Vulgata, traduzione latina della Bibbia elaborata da San Girolamo a Betleemme (390-405), fu stampata nel 1456 da Gutemberg; altre edizioni seguirono, e fra queste, quella di Erasmo del 1528. Il Concilio di Trento (1545-1563) riconobbe come autentico il testo della Vulgata. L’edizione pubblicata su ordine di Sisto Quinto nel 1590, considerata come definitiva, fu rivista su ordine di Clemente VIII e pubblicata nel 1592; è la Vulgata «sisto-clementina» delle nostre Bibbie latine. È questo il testo che con molta probabilità Caravaggio ebbe fra le mani. Cercheremo dunque di studiare la lettura che fece Caravaggio della Bibbia e in particolare del Nuovo Testamento in certe sue opere di massimo rilievo, e per questo, confronteremo il passo biblico della Vulgata quale fu tradotta in latino da San Girolamo, con il dipinto che lo illustra, seguendo la vita del pittore e l’evoluzione della sua maniera pittorica. |
|
La
vita di
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, nutrì le
elucubrazioni
più fantasiose degli storiografi del Seicento e
dell’Ottocento. Dalla nascita alla morte, ogni passo del suo
cammino di uomo e di pittore fu ampliato e ripensato. La critica
moderna, però, ha messo in luce la veridicità di
Caravaggio, ben lontana da considerazioni
«classistiche» o
negative proprie della critica precedente. Michelangelo Merisi nasce nel borgo di Caravaggio il 28 settembre 1573 in una famiglia di buon ceto. Rimasto orfano di padre nel 1584, suo fratello Battista assume l’incarico di fideiussore. Entra a far parte della bottega del pittore bergamasco Simone Peterzano all’età di undici anni. Subito sono palesi le sue doti e la sua precocità, così che il maestro fissa il termine del suo apprendistato quattro anni più tardi, quando gli verrà consentito di lavorar da solo. Anni di grande rilievo per l’occhio, la cultura e il gusto che condurranno in seguito le scelte artistiche del pittore. E poiché «critici si nasce, artisti si diventa», conviene precisare l’itinerario che fece l’iniziazione pittorica del Caravaggio. Egli segue dapprima le strade di Lombardia, nella plaga del santuario dell’arte semplice, ancor viva nel Cinquecento nell’opera di pittori quali il Lotto, il Moretto o il Moroni. È d’uopo esser cauti nel considerare la storia pittorica passata con occhio troppo caravaggesco. Si vedano a riprova, certe opere del Lotto o del Moroni, di stampo già caravaggesco o che prefigurano il Caravaggio. Il giovane pittore dovette interessarsi da vicino alle maniere dei suoi coevi e trarne se non qualche insegnamento, di certo uno stimolo profondo. Finito il tirocinio, Caravaggio prosegue per Roma, dove giungerà nel 1589-90, all’età di sedici o diciassette anni. Smania di sapere, diligenza nell’apprendere, ecco la realtà sua in quegli anni. Sulla strada dell’Urbe fa almeno due soste, la prima a Parma e la seconda a Firenze, suggeritegli da conoscenti oppure da scritti del Vasari o del Lomazzo. A Parma avrà modo di vedere e di studiare la Deposizione di Carracci e a Firenze gli affreschi di Masaccio al Carmine che prefigurano alcune delle sue opere posteriori. Maniere e tematiche di notevole incidenza sul giovane. A Roma, è partecipe della vita civile ed artistica della fine del papato di Sisto V. Privo di risorse e caduto in una profonda miseria, lavora nella bottega di Lorenzo Siciliano, pittore di poco rilievo e alloggia presso il marchigiano Pandolfo Pucci. Poi, dipinge per la bottega del senese Antiveduto Gramatica, eseguendo «copie di devozione e capocce». Ma pare tuttavia che il Caravaggio avesse l’opportunità di dipingere anche per sé delle opere dall’influenza evidente, come un certo ritratto proprio alla maniera del Moroni. Ammalatosi, viene ricoverato alla Consolazione, l’ospedale dei poveri. Durante la sua convalescenza, dipinge dei quadri per il priore dell’ospedale, nativo di Siviglia, che costui porterà nel proprio paese, permettendo così di farli conoscere e forse di propiziare l’eclosione, formandone l’occhio, vent’anni dopo, di pittori quali Velásquez o Zurbarán. Entra in seguito presso il pittore Giuseppe Cesari di Arpino, ma vi rimane ben poco. Prova allora il Caravaggio «a stare da sé stesso», grazie anche all’aiuto sostanzioso del prelato monsignor Fantin Petrignani. Qui spesseggiano i quadri più noti della prima fase del Caravaggio, il Bacco degli Uffizi, la Zingara che dà la ventura, il Riposo nella Fuga in Egitto, ove si evidenziano già la sua maniera pittorica così personale e il suo occhio così diverso. Ma il Caravaggio non viene pertanto ben accolto. I suoi dipinti non sembrano molto apprezzati e si vendono male. La fortuna gli sorride infine nella persona di maestro Valentino, il quale rivende alcune tele a San Luigi dei Francesi e, soprattutto, gli presenta il cardinal Del Monte, divenuto subito il suo mecenate. Finito con questo incontro il suo errabondo vagabondaggio, egli esegue per il suo patrono opere quali i Bari, il Suonatore di Liuto, la Medusa e viene commissionato per dipingere il San Matteo della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, sembra nel 1592-93. Nella Roma di quegli anni, intenta a promuovere una pittura che fosse devozione o nobiltà, fra tetraggine o vacua fantasia, il Caravaggio stonava certo colla sua pittura-verità. Già nelle sue primissime opere questa verità appare, e non è certo diligenza la sua nel dipingere, come lo hanno asserito erratamente certi critici suoi contemporanei. Per Caravaggio, la pittura è lo specchio della realtà vista allo specchio del suo occhio. Un biografo del pittore assevera che i suoi primi quadri furono «da lui nello specchio ritratti». Non si trattava per Caravaggio di eseguire la propria effige dallo specchio oppure di cimentarsi nel “paragone” tra pittura e scultura, bensì di ritrarre le cose dallo specchio senza che esso figuri nel quadro. Lo specchio come modo e garanzia di veder il vero, di trascrivere la realtà. Intuisce allora l’inanità della figura umana nel dipinto, poiché svanita quella, lo specchio seguita a riflettere gli altri elementi della scena. Ne consegue un vero e proprio disfacimento dell’antica e classica scala dei soggetti; l’oggetto vale al pari della figura umana. Caravaggio rivoluziona così la mitologia sacra e profana, fra l’altro facendo assurgere la natura morta a nuovo genere pittorico per sé medesimo. Allora non si dipingeva quasi che su commissione, per soggetti imposti; la libertà di Caravaggio si manifesta nella scelta continua del soggetto feriale, sospetto perché privo di «decoro» e di grazia. Si vedano i diversi Bacchi o suonatori di liuto da lui dipinti, dove s’intrecciano gli elementi nobili e plebei. Dipinti dove sempre è essenziale un profondo realismo feriale. Un’altra obiezione viene a gravare su di lui, quella dell’assenza di moto. Ma anche dietro questa, risorge l’obiezione principale e fondamentale del soggetto illecito, feriale, rispetto al soggetto sacro o sulle nobili vicende umane. Eppure, Caravaggio attese a soggetti sacri, ma con una libertà di interpretazione certa, laica e forse profana. Si pensa al Riposo nella Fuga in Egitto e alla Maddalena pentita, ove la semplicità della scena costeggia una grazia quanto mai profonda. |
|
L’opera
riassume in maniera efficace il periodo di formazione
dell’artista, visibile nel morbido paesaggio di ascendenza
veneta
a destra della Madonna. E nuova, nella rappresentazione di questo tema
sacro, è la presenza centrale dell’angelo
musicante visto
di spalle che suona il violino seguendo lo spartito sorretto da
Giuseppe. Su esso compare un mottetto in onore della Vergine, musicato
dal compositore fiammingo Noël
Bauldewijn, che riprende alcuni
versetti del Cantico dei Cantici del vecchio Testamento: «Quam pulchra es et quam decora, charissima, in deliciis! Statura tua assimilata est palmae, et ubera tua botris. Caput tuum est Carmelus, collum tuum sicut turris eburnea.» L’angelo che volta le spalle è inviato a indirizzare e aiutare la Sacra Famiglia durante il suo viaggio in Egitto ed egli separa qui il dipinto in due parti distinte secondo uno schema rinascimentale. A sinistra, la figura umana di Giuseppe, dal volto scabro e adusto, siede in un paesaggio chiuso, tutto in ombra, cosparso di sassi e attorniato da dettagli e oggetti della vita quotidiana. Giuseppe veglia, quale custode di Maria e di Gesù, accompagnato dalla sola presenza animale dell’asino dallo sguardo scrutatore. A destra, le figure divine invase dalla luce sono assopite in un abbandono tenero, in mezzo ad una vegetazione rigogliosa. La Madre, dai capelli rossi prefiguranti il sangue salvifico della Passione e il Figlio sono simboli portatori di Grazia e di vita eterna. L’albero secco, nello sfondo, raccorda le due parti e richiama la morte redentrice. Il pittore evoca dunque la salvazione nel Cristo, tema centrale nella sua opera. |
|
Dopo
questi
dipinti destinati a collezioni private e non ad altari, il Caravaggio
ambisce opere di destinazione pubblica e di gran riscontro. Ma in quelle, egli trascura la tradizione pittorica in voga all’epoca per ripensare i soggetti sacri in una realizzazione iconografica spregiudicata, irriverente e dissacrante. Il primo San Matteo particolarmente mette in scena un santo plebeo e analfabeta dal volto stupito. E la prima Conversione di San Paolo mostra, in un paesaggio temporalesco, l’audace rappresentazione di un Dio irruente e vendicativo. |
| I discepoli riconoscono, come nella sacra scrittura, il Cristo risorto nel momento in cui Egli benedisce il pane, rinnovando il sacramento dell’Eucaristia. L’espressione attonita e meravigliata dei discepoli viene sottolineata dal movimento dei loro corpi; riconoscendo il Signore, il personaggio di sinistra quasi si alza per lo stupore, pronto a rispondere al richiamo di Dio, mentre quello di destra allarga le braccia, mimando la croce sulla quale il Risorto fu crocefisso. La giovinezza del volto androgino di Cristo, raccogliente in sé i duplici caratteri umani di uomo e donna, simboleggia la vita eterna offerta in dono ai credenti. La mensa, raffigurata con realismo, è ricca di dettagli allegorici. Il pane e il vino nel bicchiere sono il corpo e il sangue del Signore. L’animale morto, un gallinaceo, allude al sacrificio di Cristo e ricorda il triplice canto del gallo e il rinnegamento di Pietro dopo l’arresto di Gesù, come Egli stesso aveva predetto. La canestra di frutta, spinta in primo piano in posizione incerta e dunque messa in rilievo, contiene anch’essa i simboli del martirio di Cristo quali l’uva e le melagrane. La scena, quasi una natura morta di per sé racchiude tutti gli elementi della Passione. Notevole anche il trattamento dell’oscurità e della luce sulla tavola dalla immacolata tovaglia. Caravaggio mira infatti a «ringagliardire gli scuri» nota un antico biografo, forse perché tale era la richiesta pittorica a quei tempi. Ma non per «dar rilievo ai corpi», tantomeno per stare nella linea apologetica raffaellesca e michelangiolesca del corpo umano, bensì con il proposito di studiare l’incidenza della luce e dell’ombra sui corpi interrotti dalle tenebre, facendo sì che l’ombra appaia casuale e non causata dai corpi. |
![]() |
Con
questa
nuova sua maniera, apertasi col secondo San Matteo, il
Caravaggio
attende ora quasi esclusivamente a soggetti sacri, lasciando alle
spalle la prima maniera speculare. Perviene ad ottenere contro il
D’Arpino suo rivale una commissione per due quadri
d’altare
nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, la Vocazione e il Martirio di San Matteo. Matteo era «pubblicano e peccatore», come dicono i Vangeli e fu redento da Gesù che lo chiamò all’apostolato: «Et cum transiret inde Iesus vidit hominem sedentem in teloneo Mattheum nomine et ait illi sequere me et surgens secutus est eum» (Matth. 9.9). La Vocazione di San Matteo si iscrive nella retta linea dei Bari, per il soggetto tutto feriale del gioco d’azzardo. In quest’ufficio della dogana ove Matteo, esattore delle tasse, e i suoi compagni di tavolata contano i soldi simbolo della cupidigia terrena, Cristo, con gesto michelangiolesco, prolunga la creazione dell’uomo da Dio in vocazione a seguire la Sua chiamata, ed è affiancato dall’apostolo Pietro, raffigurante la Chiesa, che ripete a sua volta il gesto del Signore, invitandoci a seguirLo. La vocazione di Matteo raffigura il perdono delle sue colpe e una nuova nascita, il passaggio dalla morte alla vita, dalla tenebra alla luce. Ed infatti il trattamento della luce e dell’oscurità predomina qui rispetto al soggetto stesso. La luce simbolo della Grazia emanata dal Cristo sorge dal finestrone soprastante, a crociata cruciforme, ed irrompe nella stanza tetra sui personaggi attavolati, mostrando loro la via della salvezza e della redenzione. Viene così radicata in Caravaggio la nuova esperienza ad uso pittorico della «camera oscura». Il Martirio di San Matteo, simmetrico alla Vocazione, è di composizione più manieristica. Secondo le fonti apocrife, Matteo sarebbe stato ucciso in Etiopia, presso un altare. Il santo trafitto giace riverso sui gradini dell’altare, colla veste cruenta e la mano tesa verso la palma del martirio, pronto a vivere il sacrificio salvifico. Anche qui la luce travolge la scena e colpisce corpi ed oggetti immersi nell’oscurità. |
|
Portate
a
termine le commissioni per San Luigi dei Francesi, il Caravaggio
tornò ad attendere a un argomento prediletto, il San
Giovanni
Battista e della figura del santo dà più versioni
che
denotano la maturità raggiunta del pittore,
maturità
nella maniera e nella composizione. In questi anni le sue singole opere sono state quasi l’unica fonte di documentazione sul Caravaggio. Si sa che, divenuto «celeberrimo» dopo le esecuzioni pubbliche per San Luigi, ottiene nel 1600 la commissione dei due quadri di Santa Maria del Popolo, la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo. Alcuni documenti, un ritratto di Ottavio Leoni e delle testimonianze scritte, dipingono un volto fosco e pallido dagli occhi tristi, un carattere «bizzarro» e rissoso. E così egli stesso si raffigura nei propri dipinti dove talvolta nel volto di un personaggio si nasconde la propria effigie; si pensa al Bacchino malato o alla figura in secondo piano del Martirio di San Matteo. La sua indole lo conduce fino al ben noto processo del 1603, intentatogli dal pittore Baglioni per l’ambita commissione della Resurrezione di Cristo al Gesù. Il Caravaggio si difende dall’accusa di invidia per aver mancato la commissione in un encomio dei «valenthuomini» garanti della bella pittura. È palese che il movente era proprio quello di preservare la bella maniera pittorica, ossia il suo stile «naturale», dalla schiera degli imitatori e dei rivali. Tornando ai suoi dipinti, e in particolar modo al secondo San Matteo, si vedono le concessioni fatte dal Caravaggio al decoro del tempo nella composizione più classica della scena e la sua sempre meravigliosa ingeniosità creativa, in quella che venne chiamata la sua «maniera grande». |
![]() |
I
due quadri su
commissione per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, la Crocifissione di San Pietro
e la Conversione di San
Paolo, furono
eseguiti nel 1600-1601. Annibale Carracci, dal canto suo, fu
commissionato per il quadro d’altare della medesima cappella,
il
che veniva a indicare la duplice fama dei due pittori.
All’esecuzione su tavola di cipresso, richiesta dal Cerasi,
il
Caravaggio preferì la tecnica di pittura ad olio su tela.
Sulla
parete laterale sinistra, vi è la Crocifissione di San
Pietro.
La crocifissione testa in giù di Pietro viene narrata nel
racconto Actus
Petri cum Simone, menzionato per la prima volta
in
Eusebio (Storia
ecclesiastica, III, III,
2). Nella sua Crocifissione,
Caravaggio raffigura una scena quasi placida e serena. Il santo aspetta
stoico e senza timore alcuno il compimento del suo martirio e ai tre
personaggi popolani sembra invece incombere il penoso compito di
erigere la croce. Il dipinto illustra l’erezione della croce;
e
la piramide umana composta dai tre carnefici e dal santo costruisce
anch’essa una croce, sulla quale scorre la luce della Grazia
illuminante mentre attorno si addensa la tenebra del peccato. I sassi e
la pietra in primo piano alludono al passo evangelico di Matteo ove
Simone ricevette da Gesù il nome simbolico di
«Kephas», dall’aramaico kepha,
«roccia», tradotto in
greco Petros
e in latino Petrus: «Respondens autem Iesus dixit ei beatus es Simon Bar Iona quia caro et sanguis non revelavit tibi sed Pater meus qui in caelis est / et ego dico tibi quia tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam / et tibi dabo claves regni caelorum et quodcumque ligaveris super terram erit ligatum in caelis et quodcumque solveris super terram erit solutum in caelis» (Matth. 16.17-19). |
![]() |
Sulla parete laterale destra, è posta la seconda Conversione di San Paolo: «Saulus […] et cum iter faceret contigit ut adpropinquaret Damasco et subito circumfulsit eum lux de caelo / et cadens in terram audivit vocem dicentem sibi Saule Saule quid me persequeris / qui dixit quis es Domine et ille ego sum Iesus quem tu persequeris / sed surge et ingredere civitatem et dicetur tibi quid te oporteat facere viri autem illi qui comitabantur cum eo stabant stupefacti audientes quidem vocem neminem autem videntes / surrexit autem Saulus de terra apertisque oculis nihil videbat ad manus autem illum trahentes introduxerunt Damascum / et erat tribus diebus non videns et non manducavit neque bibit» (Act. Apost. 9.3-9). Abbiamo visto come la prima versione del dipinto, dissacrante, mettesse in luce l’audace rappresentazione di un Dio dalla terribiltà tutta michelangiolesca che si scaglia contro il futuro apostolo caduto da cavallo sulla via di Damasco, acciecandolo e proferendo le parole «Saule Saule quid me persequeris». Il cavallo da cui sarebbe caduto Paolo all’apparir di Cristo è una consuetudine pittorica degli artisti, poiché le fonti bibliche non specificano come egli stesse viaggiando. Invece l’angelo che accompagna Gesù nell’apparizione, assente poi, è un’innovazione di Caravaggio; la sua postura che sembra reggere e sostenere un Cristo troppo materiale causò il rifiuto dell’opera. La seconda versione della Conversione è ben diversa dalla prima. San Paolo, scaraventato a terra anche in questo dipinto, viene irradiato dalla luce della Grazia e la figura dell’animale, mirabile, si fonde in quella del serviente, in una composizione iconografica ignota a quel tempo. L’effigie di Cristo scompare qui, ma la luce divina, emanata da una fonte invisibile, piove dall’alto e scivola sui corpi e inonda il volto abbagliato del santo riverso sul suolo che allarga le braccia fino a comporre un’elissi col dorso dell’animale. La figura del cavallo pare qui dominar la scena, ma è la luce della Grazia il vero centro del dipinto. In tutte e due le versioni, vi è un medesimo dettaglio di massimo rilievo: giace a terra un mantello dimesso, quasi a signifare l’abbandono della veste umana e terrena per quella divina. |
|
Segue
una serie
di scacchi che inizia con l’Ecce Homo sofferto
e, poco dopo,
colla Madonna della
serpe per l’altare dei Palafrenieri in
San
Pietro. Di nuovo si scagliano i detrattori del Caravaggio contro un
dipinto detto plebeo, irriverente per la figura provocante di Maria, la
nudità agressiva del Bambino, e il volto grezzo di
Sant’Anna. Anche la Morte
della Vergine —
episodio
descritto nell’apocrifo Transitus
Mariae
e ripreso nella Leggenda
aurea — eseguita per la cappella Cherubini in
Santa Maria
della
Scala in Trastevere fu un duro scacco per il Caravaggio. In un ambiente
cupo e umile, il corpo gonfio e senza vita della Madonna abbandonata
sul disadorno catafalco parve esser un oltraggio al decoro,
fors’anche per la scelta di una prostituta annegata nel
Tevere
quale modella. L’opera fu rifiutata e acquisita dai Gonzaga
grazie all’intervento benefico di Pier Paolo Rubens ed
è
oggi considerata uno dei massimi dipinti dell’artista. Dopo insuccessi e sciagure tali, il Caravaggio prosegue il cammino fra sventure e realizzazioni di rilievo, come i due San Girolamo e il Cristo che sveglia i discepoli nell’orto a lume di luna. Il Caravaggio uccide il 29 maggio 1606 in una rissa un tal Ranuccio da Terani, in condizioni poco chiare. Egli si rifugia nei feudi di Don Marzio Colonna e ivi continua a dipingere una Maddalena e un Emmaus, sempre inviando le opere a Roma nella folle speranza di venir assolto. Fugge a Napoli nell’autunno seguente, dove esegue le Opere di Misericordia e la Madonna del Rosario. Il primo dipinto riprende tematiche antiche per inscenare le evangeliche opere di misericordia in un intreccio di figure misere e nobili insieme. Il secondo, visionario, è di composizione piramidale; all’apice la Madonna col Bambino siedono ieratici e, ad ogni lato, i Santi Domenico e Pietro Martire pregano, con i fedeli inginocchiati a terra. |
| «Ipse
enim Herodes misit ac tenuit Iohannem et vinxit eum in carcere propter
Herodiadem uxorem Philippi fratris sui quia duxerat eam / dicebat enim
Iohannes Herodi non licet tibi habere uxorem fratris tui / Herodias
autem insidiabatur illi et volebat occidere eum nec poterat / Herodes
enim metuebat Iohannem sciens eum virum iustum et sanctum et
custodiebat eum et audito eo multa faciebat et libenter eum audiebat /
et cum dies oportunus accidisset Herodes natalis sui cenam fecit
principibus et tribunis et primis Galilaeae / cumque introisset filia
ipsius Herodiadis et saltasset et placuisset Herodi simulque
recumbentibus rex ait puellae pete a me quod vis et dabo tibi / et
iuravit illi quia quicquid petieris dabo tibi licet dimidium regni mei
/ quae cum exisset dixit matri suae quid petam et illa dixit caput
Iohannis Baptistae / cumque introisset statim cum festinatione ad regem
petivit dicens volo ut protinus des mihi in disco caput Iohannis
Baptistae / et contristatus rex propter iusiurandum et propter simul
recumbentes noluit eam contristare / sed misso speculatore praecepit
adferri caput eius in disco et decollavit eum in carcere / et adtulit
caput eius in disco et dedit illud puellae et puella dedit matri suae
/
quo audito discipuli eius venerunt et tulerunt corpus eius et posuerunt
illud in monumento» (Marc. 6.17-29). Nella rappresentazione caravaggesca, l’esecuzione capitale avviene nel cortile di una prigione quando il carnefice, dopo aver inferto il primo colpo colla spada, sfodera il corto pugnale chiamato “misericordia” per portare al Santo il colpo di grazia. Mentre la vecchia donna inorridita si tiene la testa fra le mani, l’ufficiale ordina col dito proteso di posare la testa recisa del Battista nel bacile che Salomè, imperterrita, porge al carnefice. Anche in quest’opera prevale il trattamento della luce, cruda et nuda sui corpi e dell’ombra sui luoghi del supplicio. Appena nominato cavaliere di grazia dell’Ordine di Malta, egli finisce in carcere dopo una contesa con un cavaliere di giustizia. Evaso, fugge in Sicilia dove ben presto attende a composizioni novatrici. Nella Sepoltura di Santa Lucia per la chiesa eponima siracusana, il Caravaggio continua le prospezioni pittoriche, avvalendosi di una nuova maniera, inedita all’epoca. La folla che sovrasta la Santa viene rimpicciolita nello spazio, così da rendere gigantesche e smisurate le mura sovrastanti, creando un contrasto di misura e un rapporto diverso fra spazio e figura; lo spazio stesso è protagonista della scena. |
|
Nel Presepio
coi pastori, esguito per i Cappuccini di Messina, si
ravvisa ancora il
nuovo rapporto tra spazio e figure, mentre nel Presepio
dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, egli fa una altra
scoperta pittorica nel trattamento dei colori e, per
l’appunto,
nei semitoni ombrosi nei quali avvolge le figure. Il Caravaggio ritrova infine la città partenopea nell’estate del 1609, dove ben presto è raggiunto dagli sbirri del cavalier maltese, aggredito e ferito violentemente. Subito riprende a dipingere e dà un’altra versione di Salomè, culmine dell’opus caravaggesco. Volti, movimenti e dettagli consentono di individuare una stretta affinità tra questa e dipinti quali la Flagellazione, il Davide e il San Giovanni Battista sotto la rama di vite, che vanno collocati anch’essi nell’ultimo periodo napoletano del pittore. |
| Pur discendendo in linea retta dai massimi pittori, Caravaggio rompe però colle antiche convenzioni espressive e idealiste del sentimento religioso, per un approccio nuovo della tematica sacra e una libertà d’espressione inaudita e provocatrice. Se le rappresentazioni pittoriche sono quasi sempre fedeli alla scenografia del testo biblico, egli innova nella raffigurazione dei personaggi, rispecchianti gli uomini nella loro nuda povertà, rozzezza o sudiceria, il ché gli valse ostilità e attacchi spietati, accuse di volgarità e indecenza. Ma Caravaggio innova soprattutto nel trattamento della luce, dell’ombra e dello spazio, riducendo a poco a poco le figure a soggetto secondario del quadro, per accentrare l’attenzione su luce, ombra e spazio, divenuti “personaggi” principali. Il soggetto si fonde allora nella sua maniera pittorica, di mirabile bellezza. |
| YSEULT PELLOSO. |
| E
per saperne di più… |
| Succinta
bibliografia • AA.VV., Sulle orme di Caravaggio tra Roma e la Sicilia, Palermo Palazzo Ziino 4 marzo – 20 maggio 2001, a cura di V. Abbate e di G. Barbera, Venezia, Marsilio, 2001. • Maurizio CALVESI, Caravaggio, Firenze, Giunti, «Art Dossier», 1986. • Caravaggio: l'ultimo tempo 1606-1610, a cura di N. Spinosa, Napoli, Museo di Capodimonte, 23 ottobre 2004 – 23 gennaio 2005, Napoli, Electa, 2004. • Mia CINOTTI, Caravaggio. La vita e l’opera, Bergamo, Edizioni Bolis, 1991. • Roberto LONGHI, Da Cimabue a Morandi, Quesiti caravaggeschi: i precedenti e Il Caravaggio e la sua cerchia a Milano, a cura di G. Contini, Verona, Arnoldo Mondadori, «I Meridiani», 1978, terza risptampa, pp. 735-800 e 876-893. • Michelangelo Merisi da Caravaggio. Come nascono i capolavori, a cura di M. Gregori, Firenze Palazzo Pitti – Galleria Palatina, Sala Bianca 12 dicembre 1991 – 15 marzo 1992 e Roma Palazzo Ruspoli Fondazione Memmo 26 marzo – 24 maggio 1992, Milano, Electa, 1991. • Rembrandt – Le Caravage, Amsterdam, Musée Van Gogh, 24 février – 18 juin 2006, a cura di D. Bull et alia, Paris, 2005. • Vittorio SGARBI, Caravaggio, Milano, Skira, 2005. • Federico ZERI, «Il nuovo Caravaggio», prefazione, in La negazione di San Pietro di Michelangelo da Caravaggio, Roma, Sansaini, 1948, pp. IX-XII. |
| Indice
delle illustrazioni San Matteo e l'Angelo (1602) [dettaglio], Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi. Ottavio Leoni, Ritratto di Caravaggio. Riposo durante la fuga in Egitto (1595-1596), Roma, Galleria Doria Pamphilj. Maddalena penitente (1594-1595), Roma, Galleria Doria Pamphilj. Cena di Emmaus (1600), Londra, National Gallery. Vocazione di San Matteo (1599-1600), Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi. San Tommaso incredulo (1600-1601), Postdam, Bildergalerie Sanssouci. Crocifissione di San Pietro (1600-1601), Roma, Chiesa di Santa Maria del Popolo. Conversione di San Paolo (1600-1601), Roma, Chiesa di Santa Maria del Popolo. Deposizione di Cristo nel sepolcro (1603-1604), Roma, Pinacoteca vaticana. Decollazione del Battista (1608), La Valletta, Co-Cattedrale di San Giovanni. Resurrezione di Lazzaro (1608-1609), Messina, Museo regionale. Flagellazione di Cristo (1607), Napoli, Museo di Capodimonte. |
| Link
utili www.abcgallery.com www.artonline.it www.thais.it www.storiadellarte.com www.artcyclopedia.com/artists/caravaggio.html agora.qc.ca/mot.nsf/Dossiers/Caravage |
![]() |